Patrizia Laquidara e l’intertestualità

laquidara

foto di Alberto Bernasconi

C’è un piccolo gioco che mi piace fare, con gli studenti che ogni anno si avvicendano a frequentare il mio Laboratorio di Comunicazione musicale all’Università dell’Insubria (Corso di laurea in Scienze della Comunicazione). Dopo un paio di lezioni introduttive, nelle quali tocco gli argomenti più vari – a partire da una riflessione generale sulla capacità della musica di comunicare in sé, fino alle sue funzioni volte a fini specifici  – passo a esporre alcuni case studies, ovvero esempi emblematici che aiutino a verificare questioni presentate in modo teorico, e servano da stimolo per ulteriori approfondimenti.

Il gioco consiste appunto nel nominare l’artista in questione e nel dire che la lezione della settimana seguente le sarà in buona parte dedicata.

A questo punto in aula si fa il gelo.

“Patrizia chi?” chiedono. “Patrizia La-qui-da-ra” ribatto io. E li lascio con il compito di scovare musiche, biografia, video, siti, foto, recensioni e quant’altro la riguardi.

A distanza di una settimana comincia il vero divertimento. Di solito inizio mostrando il sito istituzionale e spiegando come si è evoluto dalla prima versione (con il solo “Indirizzo portoghese”) all’attuale. Il primo brano che faccio ascoltare è “Essenzialmente“. Una semplice analisi testuale rivela subito le simmetrie di ciascun verso delle strofe: l’avverbio e il sostantivo sono sempre legati non solo semanticamente, ma soprattutto – ed è ciò che che conta davvero – da un diverso modo di cantare in corrispondenza del cambio di significato. Così, ad esempio, le rime “decadenza”, “eccedenza”, “indecenza”, sono pronunciate ciascuna con microinflessioni diverse, per potenziarne il senso. Il ritornello, a sua volta, ruota intorno alla parola “essenza”, cantata con una particolare inflessione della “e” tonica.

In questa semplice canzone c’è già un mondo di cose di cui poter parlare: si può partire spiegando cosa siano le tecniche di comping e finire alla semiotica del testo, passando attraverso l’analisi dell’impostazione vocale, la costruzione formale della forma-canzone, l’arrangiamento (geniale il prosciugarsi della musica sull’ultimo, “conclusivamente, l’essenza”).

L’ascolto prosegue, testi alla mano, con altri brani: “Indirizzo portoghese” (“Chi è Amàlia?” – altro momento di panico, nessuno sa neanche lontanamente chi sia la Rodrigues regina del fado); “Mielato” con i suoi sussurri; “Lividi e fiori” (“davvero ha avuto il premio della critica a Sanremo?”). Gli studenti comprendono di trovarsi in presenza di un’artista versatile, dalle molte facce, e di grande talento. Si rendono conto che, al confronto di altre reginette italiane della classifica (che non nomino per carità di patria) la Laquidara possiede una vocalità particolare, capace di notevoli trasformazioni: ora dolcissima ora acida (“Caotico”), ironica o carica di emotività, densa o sottile.

Il duetto con Mario Venuti (“Per causa d’amore”) è pretesto per introdurre uno dei leit-motiv del corso, quello riguardante i meccanismi di senso che migrano, nel nostro patrimonio cognitivo (la cosiddetta “enciclopedia”), da una suggestione all’altra, suggerendo rimandi, assonanze, collegamenti, paragoni; stimolando ricordi, sensazioni, suggestioni. In una parola, ciò che descriviamo come “intertestualità”.

Così questa canzone riporta al suo modello ideale, quel “La voglia, la pazzia…” duetto a suon di bossa nova tra Ornella Vanoni e Vinicius de Moraes del 1976. Loro non possono conoscere quel disco, ma io che ero ragazzino me lo ricordo eccome, e gliene faccio sentire qualche estratto.

Si conclude analizzando  – e con loro futuri comunicatori va fatto – la congruenza tra il percorso artistico di un’artista così particolare e l’immagine che offre di sè: la raffinatezza vocale va di pari passo con un’impronta visiva (sul sito web e nelle immagini presenti sui dischi) altrettanto curata. Non c’è inutile glamour, ma toni pastello; perfino il nudo è funzionale e mai volgare: vuole raccontare la purezza di un animo sensibile.

Terminata la lezione, sono soddisfatto: gli studenti hanno riflettuto e apprezzato. Una spruzzatina d’acqua fresca può competere con il marketing di fuoco delle major? Non so, ma in questi anni di sicuro mi sono dato un gran da fare perché un bel po’ di giovani in gamba (re)imparasse quanto possa ancora essere gratificante ascoltare musica. C’è solo un sacco di rumore in più: bisogna avere la pazienza di cercare, andare più a fondo,  non fermarsi in superficie. Di perle se ne trovano ancora.

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